Un primo post di un blog potrebbe ben cominciare con la frase di test più nota e carica di storia nel mondo della programmazione informatica: hello, world. La tradizione vuole che fosse inizialmente scritta rigorosamente minuscolo, come in una delle sue prime apparizioni nel celeberrimo testo di Brian Kernighan e Dennis Ritchie The C Programming Language del 1978, come output del primo e più semplice programma scritto in quel linguaggio. Essa divenne una specie di rito di iniziazione per i programmatori, la prova che qualcosa funziona, che il linguaggio risponde, che lo schermo non rimane muto.
Eppure la domanda è inevitabile: che senso ha aprire un blog nel 2026?
La domanda non è retorica. Viviamo in un tempo in cui si parla già, con toni profetici o apocalittici, di superintelligenza artificiale; in cui scenari autorevoli o quantomeno influenti collocano nel giro di pochissimi anni il superamento di molte capacità umane da parte delle macchine; in cui intere generazioni non hanno mai conosciuto il web come luogo aperto, ma solo come successione di piattaforme, app, notifiche, profili, algoritmi, muri più o meno eleganti. Per molti "stare online" significa stare dentro un social network. Per altri, significa inseguire contenuti dentro ambienti costruiti per trattenerci il più a lungo possibile.
In questo scenario, un blog sembra una cosa antica. Un oggetto fuori tempo. Una piccola bottega in una periferia digitale, mentre il traffico si è spostato nei centri commerciali delle grandi piattaforme. Eppure proprio questa apparente inattualità mi sembra oggi la sua ragione d’essere.
Il web aperto non è mai stato un paradiso. Anche i blog hanno avuto le loro vanità, i loro piccoli narcisismi, le loro illusioni di centralità. Anche un blog può dare l’impressione di parlare nel vuoto. Anche qui si può scrivere senza essere letti, o essere letti da pochissimi. La differenza, però, non è irrilevante: un blog appartiene, almeno in parte, a chi lo scrive. Ha un indirizzo, un archivio, una forma stabile. Non vive soltanto nel flusso. Non chiede necessariamente di diventare carburante per una macchina pubblicitaria altrui. Non trasforma ogni frase in un’esca per misurare reazioni, permanenza, polarizzazione.
I social network, con il tempo, sono diventati una camera degli specchi. Danno l’illusione di essere letti, ascoltati, discussi; spesso producono invece rimbalzi, riflessi, deformazioni. Il contenuto non conta quasi mai per sé, ma per la sua capacità di generare risposta immediata: approvazione, indignazione, sarcasmo, insulto, correzione pedante, fraintendimento volontario. Tutto deve diventare conversazione, e la conversazione deve diventare intrattenimento. Anche il dissenso viene monetizzato. Anche la nausea diventa engagement.
Per sottrarsi a questo meccanismo il blog sarà chiuso ai commenti. Non per disprezzo del lettore, ma per rispetto della scrittura. Non perché il dialogo non conti, ma perché non ogni spazio deve essere trasformato in una piazza urlante. Ho visto abbastanza ipercommentatori, abbastanza insultatori professionali, abbastanza discussioni partite da una frase e finite in un regolamento di conti tra estranei. La possibilità tecnica di commentare non è, di per sé, un valore democratico. A volte è solo l’apertura di una falla nel pavimento.
In questo, mi conforta un precedente illustre. Nell’ottobre del 2010, Ursula K. Le Guin, a ottantuno anni, cominciò un blog. Non era certo una scrittrice in cerca di visibilità. Aveva già scritto libri destinati a durare più di qualunque piattaforma digitale. Eppure scelse quella forma, ispirandosi al blog di José Saramago, che a sua volta aveva iniziato a pubblicare online nel 2008, a ottantacinque anni. Due scrittori anziani, due autori enormi, due persone che non avevano bisogno di dimostrare nulla a nessuno, usarono il blog come spazio di libertà: pensieri, osservazioni, appunti, deviazioni, interventi morali e politici, ma senza l’obbligo di trasformare ogni pagina in un’arena.
Questa idea mi piace: il blog non come megafono, non come diario adolescenziale, non come surrogato dei social, ma come quaderno pubblico. Pubblico, non interattivo a tutti i costi. Aperto alla lettura, non consegnato all’interruzione permanente.
Ho tra le mani la prima edizione italiana di blog!, il libro di David Kline e Dan Burstein pubblicato in originale nel 2005 e arrivato in Italia nel 2006. Rileggerlo oggi, a vent’anni di distanza, fa uno strano effetto. Molte pagine sembrano parlare del presente, solo che le parole sono cambiate. Dove allora si diceva “blog”, oggi potremmo dire “social”, “piattaforme”, “intelligenza artificiale”, “creatori di contenuti”, “disintermediazione”, “algoritmi”. Quel libro raccontava l’entusiasmo per una nuova forma di comunicazione dal basso, la possibilità di scavalcare media tradizionali e gerarchie editoriali, la nascita di un pubblico che non voleva più essere soltanto pubblico.
Poi è successo qualcosa. Non so se esista una data precisa della morte dei blog, almeno dei blog come fenomeno di massa e come spazio realmente interattivo. Forse non sono mai morti del tutto. Forse sono semplicemente usciti dalla moda. Però una soglia simbolica si può collocare negli anni in cui Facebook, Twitter e le altre piattaforme hanno assorbito la logica del feed e l’hanno trasformata in un ambiente chiuso, centralizzato, proprietario. Prima c’erano le mailing list, i forum, i feed RSS, gli aggregatori: strumenti imperfetti, spesso tecnici, talvolta scomodi, ma basati sull’idea che fosse il lettore a scegliere cosa seguire. Poi è arrivato il flusso algoritmico: non più “seguo questo sito”, ma “resto qui e vedo ciò che la piattaforma decide di mostrarmi”.
È stata una rivoluzione, comodissima. Ed è proprio questo il problema. La comodità ha un prezzo. Il prezzo è accettare regole che non abbiamo scritto, censure o arbitrii che non controlliamo, interfacce che cambiano senza consultarci, pubblici che non ci appartengono, archivi che possono sparire, contenuti che vengono promossi o sepolti secondo criteri opachi. Il prezzo è scambiare la libertà del web con la visibilità condizionata delle piattaforme.
Aprire un blog nel 2026, allora, non è un gesto nostalgico. O almeno non vorrei che lo fosse. Non si tratta di fingere che il 2005 possa tornare. Non tornerà, e forse è meglio così. Ma alcune idee del web di allora meritano di essere recuperate: la lentezza, l’archivio, il link, la responsabilità personale della pagina, la possibilità di leggere senza essere immediatamente chiamati a reagire, la possibilità di scrivere senza dover ottimizzare ogni frase per un algoritmo.
Un blog è anche un modo per sottrarsi alla tirannia dell’immediato. Qui un testo può restare, può essere ritrovato, può invecchiare bene o male, ma almeno invecchia in un luogo riconoscibile. Non viene inghiottito dopo poche ore da un flusso progettato per dimenticare.
Questo spazio nasce dunque così: come un piccolo "ritorno al futuro". Non un rifugio contro il presente, ma un tentativo di abitarlo diversamente. Ci saranno probabilmente appunti, letture, musica, libri, tecnologia, traduzione, osservazioni sparse, forse qualche digressione inutile ma necessaria. Non prometto regolarità, non prometto coerenza assoluta, non prometto attualità. Prometto soltanto una cosa: che questo sarà uno spazio mio, leggibile da chi vorrà leggerlo, senza la pretesa di inseguire la conversazione obbligatoria del giorno.
"hello, world", dunque. Non perché il mondo fosse in attesa di questo saluto. Ma perché ogni ambiente nuovo, prima di diventare qualcosa, deve almeno dimostrare di saper parlare.