Alle volte la mente umana fa strani percorsi, come nei sogni. Ci occupiamo di un dettaglio apparentemente insignificante e, nel seguirne le implicazioni, quel dettaglio diventa il coniglio bianco che ci conduce nella sua tana. È quanto mi è accaduto un giorno mentre stavo decidendo come scrivere i tag per un mio sito personale.
Un tag è una parola, o una piccola frase, cliccabile. Serve a classificare, a ritrovare, a creare collegamenti tra contenuti che non appartengono necessariamente alla stessa sezione. In una tag cloud, una “nuvola di tag”, questa funzione diventa ancora più evidente, perché i tag assumono l’aspetto di un menu semantico e statistico. Non indicano soltanto dove si può andare, ma suggeriscono anche quali temi ritornano più spesso e quali parole pesano di più nell’insieme del sito.
A quel punto la domanda, in apparenza banale, era questa: come scriverli? Tutti in minuscolo, come accade spesso nei social e nei sistemi di classificazione più informali, oppure con la prima lettera maiuscola, come se fossero piccole voci di navigazione? La questione sembra marginale, quasi tipografica, eppure dietro un dettaglio di interfaccia si nasconde spesso una piccola storia culturale.
Un tag, infatti, non è soltanto una parola, ma una parola alla quale l’interfaccia assegna una funzione. Non resta più semplicemente dentro una frase, bensì diventa un oggetto cliccabile, capace di aggregare contenuti, costruire percorsi e trasformare una semplice etichetta in uno strumento di navigazione. In questo senso appartiene a quella famiglia di parole che il digitale ha trasformato in pulsanti, segnali, filtri e inviti all’azione: home, login, post, share, like, follow. Il web non si è limitato a ospitare il linguaggio, ma lo ha disseminato di maniglie.
La differenza tra una categoria e un tag è sottile, ma significativa. Una categoria dice che un articolo appartiene a una certa sezione, mentre un tag suggerisce che quell’articolo parla anche di qualcos’altro. La categoria costruisce scaffali, il tag tende fili; la prima ordina il sito secondo una gerarchia, il secondo crea attraversamenti laterali, più liberi e spesso più rivelatori. Per questo il tag somiglia meno a un capitolo di indice e più a un appunto a margine, capace di collegare tra loro contenuti che, in una struttura rigida, resterebbero distanti.
Non è un caso che la storia dei tag sia legata alla cultura del web sociale. Prima ancora di diventare hashtag, e prima di essere inglobati nella grammatica quotidiana dei social network, i tag erano già un modo per affidare agli utenti una parte del lavoro di classificazione. Accanto alle tassonomie costruite dall’alto cominciavano a comparire sistemi di parole scelte, ripetute, corrette, deformate e condivise da una comunità.
È qui che entra in scena una parola bruttina e bellissima: folksonomy. Il termine unisce folk e taxonomy, indicando non una tassonomia ufficiale, ma una classificazione popolare, prodotta dal basso dagli utenti. Porta addosso tutto un momento storico del web, quello in cui blog, wiki, social bookmarking, archivi collaborativi e comunità online sembravano promettere una nuova organizzazione spontanea della conoscenza.
La folksonomy è imperfetta per definizione. Dove una tassonomia tradizionale cerca coerenza, gerarchia e controllo terminologico, una folksonomy accetta sinonimi, sovrapposizioni, mode e idiosincrasie. Una persona può taggare un contenuto come “musica classica”, un’altra come “classical music”, un’altra ancora come “chitarra”, “Villa-Lobos” o “novecento”. Il risultato può sembrare caotico, ma è anche informativo, perché non registra soltanto che cosa sia una cosa, ma come le persone la riconoscono, la ricordano e la cercano.
Un esempio interessante è MusicBrainz, grande database musicale collaborativo, dove accanto ai dati più strutturati convivono anche i folksonomy tags. In quel contesto il tag non è un semplice ornamento, ma uno strumento con cui la comunità arricchisce l’informazione, aggiungendo sfumature che una classificazione rigida faticherebbe a contenere. Un disco può essere associato a un genere, ma anche a un’atmosfera, a uno strumento, a un periodo, a un’impressione d’ascolto.
Questa elasticità spiega perché la forma grafica del tag non sia una questione neutra. In un sistema comunitario e massivo può avere senso normalizzare tutto in minuscolo, perché il tag diventa materia grezza, dato aggregabile, stringa da confrontare con altre stringhe. In un sito personale, invece, il tag può conservare un grado maggiore di intenzione editoriale. Può essere una parola-chiave, ma anche una piccola voce di navigazione, quasi un’etichetta da scaffale. Da qui nasce la tentazione, ragionevole, di scrivere “Musica classica” invece di “musica classica”, “Villa-Lobos” invece di “villa-lobos”.
La scelta, apparentemente minuta, mette in tensione due culture diverse del web. Da un lato c’è la cultura sociale, statistica, aggregativa, in cui tutto tende a essere minuscolo, confrontabile e pronto a diventare dato. Dall’altro c’è la cultura editoriale, dove le parole hanno un volto, una forma, un tono, e non sono solo metadati ma anche segni esposti al lettore. Quando una parola entra nell’interfaccia, smette di essere soltanto una parola, perché diventa classificazione, navigazione, gesto sociale e talvolta persino dichiarazione di identità.
Il passaggio dal tag all’hashtag è quasi naturale, ma non consiste soltanto nell’aggiungere un segno grafico. Mettere un "cancelletto" (#) davanti a una parola significa spostarla da un sistema di classificazione a un sistema di conversazione. Il tag, nel suo uso più tradizionale, aiuta a ritrovare; l’hashtag aiuta anche a radunare. Non indica soltanto che un contenuto parla di un certo argomento, ma segnala che quel contenuto partecipa a un discorso pubblico.
La storia ormai quasi mitologica dell’hashtag moderno viene fatta risalire a Chris Messina, che nel 2007 propose su Twitter di usare il simbolo # per raggruppare conversazioni e temi. Naturalmente il cancelletto non nasceva allora, poiché era già presente nelle tastiere telefoniche, nei linguaggi di programmazione, nei canali IRC e in molte convenzioni tecniche. Il web sociale, però, ha questo potere: prende un segno già esistente, lo espone a milioni di persone e improvvisamente ne cambia lo status culturale.
Il cancelletto diventa così una piccola infrastruttura linguistica. Non è una parola, ma permette alle parole di comportarsi diversamente, rendendole cercabili, aggregabili, tracciabili. Un hashtag può essere descrittivo, ironico, politico, promozionale o identitario; può organizzare una protesta, accompagnare la foto di un gatto, segnalare appartenenza o partecipare a una moda. In ogni caso dimostra che il web non si limita a ospitare la scrittura, ma ne modifica le abitudini.
Qui torna il problema della forma grafica. Gli hashtag, per ragioni tecniche, non amano gli spazi. Se voglio scrivere “musica classica” dentro un hashtag, devo compattare le parole in una forma come #musicaclassica, #musica-classica oppure #MusicaClassica, a seconda della piattaforma e delle convenzioni ammesse. La grafia diventa immediatamente un compromesso tra macchina e lettore umano.
In questo punto ricompare una vecchia conoscenza della cultura informatica: il CamelCase. Scrivere MusicaClassica, OpenSource o BattlestarGalactica significa togliere gli spazi e usare le maiuscole interne come giunture visive. Il nome è pittoresco, perché le maiuscole distribuite lungo la parola composta ricordano le gobbe di un cammello. In ambito tecnico, il CamelCase e le sue varianti sono stati a lungo usati per nomi di variabili, funzioni, classi, marchi e prodotti.
Anche qui accade qualcosa di interessante. Una convenzione nata, o comunque stabilizzata, in ambienti tecnici rientra nel linguaggio comune attraverso i social. Negli hashtag il CamelCase non è soltanto una scelta estetica, perché può diventare anche una scelta di leggibilità e accessibilità. #MusicaClassica è più leggibile di #musicaclassica, e per chi usa uno screen reader le maiuscole possono aiutare il software a riconoscere e pronunciare meglio le parole della sequenza.
È curioso che, proprio mentre molte interfacce contemporanee abbandonano l’abuso delle maiuscole, gli hashtag ne recuperino una funzione pratica. Non la maiuscola come ornamento, né come enfasi pubblicitaria, ma la maiuscola come separatore, come segnale stradale dentro una parola troppo lunga. Ancora una volta, un dettaglio tipografico diventa una questione d’uso.
Da qui si passa a un altro grande tema della scrittura digitale, la capitalizzazione. Chi scrive in italiano tende, almeno in teoria, a una certa sobrietà: maiuscola all’inizio della frase, maiuscole per i nomi propri e pochi altri casi. L’inglese, soprattutto quello americano, ha invece una lunga familiarità con il title case, cioè con titoli in cui molte parole iniziano con la maiuscola, secondo regole più o meno raffinate su articoli, preposizioni, congiunzioni e lunghezza delle parole. È una convenzione legittima in certi contesti editoriali, ma nel web ha generato anche molti eccessi.
Il title case promette importanza, trasformando una frase in insegna. A Short History of Digital Words sembra più solenne di A short history of digital words. Il problema è che, quando tutto vuole sembrare titolo, nulla respira più come testo. Le interfacce piene di voci, pulsanti, titoletti e microtesti in title case finiscono per produrre una specie di cerimoniale grafico permanente, nel quale ogni elemento sembra più ufficiale del necessario.
Per questo molte guide di stile contemporanee raccomandano una capitalizzazione più sobria, spesso definita sentence-style capitalization. Si scrive in maiuscolo l’inizio della frase o dell’etichetta, poi si prosegue normalmente, salvo nomi propri e casi speciali. È la scelta raccomandata, tra gli altri, dalla guida di stile di Microsoft per molti elementi dell’interfaccia. Non è solo una questione di gusto, ma una scelta di leggibilità, naturalezza e tono: l’interfaccia smette di gridare titoli e comincia a parlare come una frase.
Applicata ai tag, questa distinzione diventa molto concreta. In inglese potrei chiedermi se scrivere Classical Music o Classical music; in italiano, invece, la forma più naturale è quasi sempre Musica classica. La prima lettera maiuscola può avere senso se il tag è esposto come voce cliccabile, soprattutto in un sito personale o editoriale, mentre trasformare ogni parola in iniziale maiuscola produrrebbe un effetto artificiale, importato da una convenzione che non appartiene davvero alla nostra lingua.
Non si tratta di purismo. Le lingue vivono di prestiti, abitudini importate, mode grafiche e contaminazioni. Si tratta piuttosto di consapevolezza. Una parola scritta in un’interfaccia ha un tono, una temperatura, una postura. “Musica classica” è una piccola etichetta ordinata; “musica classica” sembra più grezza, più sociale, più da archivio aggregativo; “Musica Classica” ha un’aria da titolo tradotto dall’inglese. Nessuna delle tre forme è assolutamente sbagliata, ma ciascuna racconta un’idea diversa del sito che la ospita.
La questione si complica quando una tecnologia diventa così comune da perdere la sua aura. È successo a molte parole del digitale. Un tempo Internet e Web apparivano spesso con la maiuscola, quasi fossero luoghi propri, territori da nominare con rispetto. Poi, progressivamente, sono diventati internet e web, parole comuni, abbassate graficamente perché ormai incorporate nella vita quotidiana. Anche Web site è diventato website, poi nel discorso comune semplicemente site, sito. La parola perde la maiuscola, perde lo spazio, perde talvolta una parte di sé, non perché si impoverisca, ma perché diventa familiare.
È uno dei percorsi tipici della lingua tecnica quando entra nell’uso quotidiano. All’inizio conserva segni di estraneità come maiuscole, trattini, grafie composte, spiegazioni; poi, lentamente, si consuma e diventa normale. L’oggetto nuovo smette di essere nuovo e la parola che lo designa si alleggerisce. Quello che ieri era “posta elettronica”, poi “e-mail”, poi "email", oggi in italiano è spesso semplicemente "mail". Non sempre la semplificazione è elegante, ma è linguisticamente potente, perché segnala che la tecnologia è entrata nella cucina, nel telefono, nella burocrazia e nella conversazione ordinaria.
Fra le parole che si sono normalizzate con l’uso, email è una delle più istruttive. All’inizio una parola nuova tende a portare addosso i segni della propria novità, e il trattino è uno di questi segni. Tiene insieme due elementi che non hanno ancora deciso se diventare una cosa sola. Electronic mail diventa e-mail; la parola è più breve e più maneggevole, ma conserva ancora il trattino come memoria della propria origine. Poi l’uso fa il suo lavoro. La parola passa dai manuali alle scrivanie, dalle scrivanie alle case, dalle case ai telefoni; viene scritta in fretta, pronunciata, abbreviata, usata da persone che non hanno nessun interesse per la sua genealogia. A quel punto il trattino comincia a sembrare un eccesso di zelo. E-mail diventa email. In italiano, spesso, la riduzione procede ancora oltre: “ti mando una mail”, “hai letto la mail?”, “controllo le mail”. La parte elettronica è scomparsa perché l’elettronico è diventato l’ambiente, non più la caratteristica distintiva. Donald Knuth, con la grazia un po’ severa dei grandi guru della rivoluzione informatica, dedicò alla questione una nota deliziosa, invitando ad abbandonare il trattino in e-mail nel suo articolo Email (let’s drop the hyphen). La sua osservazione è interessante non soltanto per la parola in sé, ma per il principio generale. Molte parole inglesi, quando sono nuove, attraversano una fase con il trattino; poi, se diventano comuni, il trattino cade. La grafia registra il grado di assimilazione culturale.
Il web ha accelerato questo processo non perché abbia inventato la semplificazione linguistica, ma perché ha moltiplicato le occasioni di scrittura. Con blog, forum, chat, SMS, messaggistica e social, la scrittura è diventata quotidiana, rapida, ibrida. Si scrive come si parla, ma con strumenti che hanno vincoli tecnici: tastiere, campi di testo, limiti di caratteri, motori di ricerca, URL, nomi utente, hashtag.
È qui che il trattino cambia ancora ruolo. Non è più soltanto un segno ortografico, ma diventa un dispositivo tecnico. Negli URL, per esempio, separare le parole con un trattino è ancora oggi una convenzione forte. /musica-classica è più leggibile di /musicaclassica e, in molte pratiche di ottimizzazione e leggibilità per il web, preferibile a /musica_classica. Il trattino, che nella parola comune tende talvolta a sparire, nello slug di una pagina web diventa utilissimo perché sostituisce lo spazio, conserva la separazione e aiuta sia l’occhio umano sia la macchina.
La stessa oscillazione riguarda i nomi dei file. Chi ha cominciato a usare il computer in anni meno indulgenti ricorda bene la prudenza verso gli spazi: meglio relazione_finale.doc, relazione-finale.doc, tesi_capitolo_1.tex. Gli spazi erano possibili in certi sistemi, problematici in altri, fastidiosi nella riga di comando, pericolosi negli script, scomodi negli scambi tra piattaforme. Così si è formata una cultura pratica del nome senza spazi, fatta di trattini bassi, trattini alti, minuscole, niente accenti e niente caratteri strani. Oggi molti sistemi operativi accettano tranquillamente nomi di file come Relazione finale.docx o Foto vacanze estate 2026.jpg. Per l’utente comune, lo spazio non è più un problema. Eppure la vecchia disciplina sopravvive, in parte perché in certi ambienti è ancora sensata — programmazione, automazioni, shell, repository, LaTeX, pubblicazione web, archivi da scambiare tra sistemi diversi — e in parte perché è diventata una tradizione estetica, un piccolo segno di appartenenza alla cultura informatica. La scelta fra spazio, underscore e trattino racconta spesso la provenienza di chi scrive. Il trattino basso ha un sapore da variabile, da nome tecnico, da file passato attraverso script e terminali; il trattino semplice ha un sapore più web, leggibile negli URL, ordinato negli alias, naturale negli slug. Lo spazio è più umano, più vicino alla lingua ordinaria, ma meno robusto quando il testo deve attraversare ambienti diversi. Nel titolo di un articolo scriverò senza esitazione “Tag, trattini e bandierine”; nell’alias della pagina, probabilmente, userò tag-trattini-bandierine; nel nome di un file sorgente potrei scegliere tag_trattini_bandierine.tex oppure tag-trattini-bandierine.tex, secondo gli strumenti e le abitudini.
Questa è forse una delle lezioni più utili del web quotidiano: le parole non vivono mai da sole. Vivono dentro supporti, interfacce, protocolli, motori di ricerca, convenzioni tipografiche e sistemi operativi. Ogni ambiente chiede qualcosa alla lingua, talvolta brevità, talvolta leggibilità, talvolta compatibilità, talvolta eleganza. La parola si adatta, perde un trattino, guadagna una maiuscola, si divide in uno slug, si compatta in un hashtag.
C’è poi un punto in cui le convenzioni del web smettono di sembrare soltanto tipografiche o tecniche e diventano apertamente culturali: la scelta della lingua. Per molti anni, nei siti web, era comune indicare le versioni linguistiche con piccole bandiere. La bandiera italiana per l’italiano, quella britannica o statunitense per l’inglese, quella francese per il francese, e così via. Era una soluzione immediata, colorata, apparentemente elegante, ma anche profondamente ambigua. Una bandiera rappresenta uno Stato, non una lingua. L’inglese non appartiene soltanto al Regno Unito o agli Stati Uniti, lo spagnolo non appartiene soltanto alla Spagna, il portoghese non appartiene soltanto al Portogallo, il francese non appartiene soltanto alla Francia. Anche l’italiano, che noi italiani tendiamo istintivamente a identificare con l’Italia, è parlato e usato in altri contesti nazionali, dalla Svizzera a San Marino, fino alle comunità italofone nel mondo. Scegliere una bandiera per rappresentare una lingua significa spesso semplificare una realtà molto più stratificata. Per questo, nel web design contemporaneo, le bandierine sono state progressivamente guardate con sospetto. Non sempre sono sbagliate in assoluto: se un sito deve scegliere tra versioni nazionali, la bandiera può indicare un mercato, un paese, una giurisdizione. Se però l’obiettivo è scegliere la lingua dell’interfaccia, una sigla testuale come IT, EN, FR, oppure il nome della lingua scritto per esteso, è spesso più corretto e più inclusivo. Una piccola icona può suggerire, senza volerlo, che lingua e nazione coincidano, mentre le lingue attraversano i confini, gli Stati contengono più lingue e le comunità linguistiche possono essere minoritarie, diasporiche, pluricentriche. La questione diventa ancora più interessante quando si passa dalla lingua alla localizzazione. In informatica non basta dire “inglese” o “italiano”; spesso bisogna distinguere en-US da en-GB, oppure it-IT da it-CH. A prima vista può sembrare una finezza burocratica, ma non lo è, perché cambiano l’ortografia, i formati delle date, le valute, le convenzioni numeriche, talvolta la terminologia tecnica, le unità di misura, gli esempi e il tono. L’inglese americano e l’inglese britannico sono il caso più evidente per chi usa software e documentazione tecnica. Color e colour, organize e organise, trash e bin, mese prima del giorno o giorno prima del mese non sono soltanto varianti linguistiche, ma aspettative culturali incorporate nell’interfaccia. Un modulo che chiede una data nel formato 03/04/2026 non sta mostrando un’informazione neutra: per un americano può significare 4 marzo, per un europeo 3 aprile. Il dato è lo stesso, ma l’interpretazione cambia. Nel caso dell’italiano, la distinzione tra italiano d’Italia e italiano svizzero è meno visibile all’utente comune, ma ha comunque una sua logica nei sistemi di localizzazione. Non sempre serve, non sempre viene esposta, non sempre produce differenze percepibili. Eppure il fatto stesso che esista una sigla come it-CH ricorda che una lingua non vive nel vuoto: vive dentro istituzioni, scuole, amministrazioni, valute, formati, consuetudini tipografiche e giuridiche. Il codice linguistico diventa una piccola carta d’identità tecnica.
Il paradosso è che il web, che sembrava destinato a rendere tutto globale e uniforme, ha finito per rendere più evidente la varietà locale. Quando un sito è soltanto una pagina statica, molte differenze possono restare invisibili; quando invece diventa servizio, negozio, archivio, modulo, area riservata o applicazione, la lingua non basta più. Servono date, indirizzi, nomi, numeri di telefono, codici postali, valute, imposte, unità di misura, pronomi, formule di cortesia. La localizzazione non traduce soltanto parole: traduce abitudini.
Questo ci porta a un altro piccolo grande campo minato delle interfacce: i moduli web. Per anni molti form hanno chiesto agli utenti First name, Middle name, Last name. La struttura è familiare nel mondo angloamericano e in molti contesti occidentali, ma non è universale. In alcune culture il nome di famiglia precede il nome personale; in altre non esiste un cognome nel senso occidentale; in altre ancora i nomi possono essere composti, patronimici, matronimici, religiosi, legati al clan, alla casa, alla regione, o cambiare nel corso della vita. Alcune persone hanno un solo nome, altre ne hanno molti, altre usano nomi diversi a seconda del contesto linguistico o amministrativo. Il problema non è soltanto teorico, perché un modulo mal progettato può impedire a una persona di inserire correttamente il proprio nome. Può imporre un ordine sbagliato, rifiutare caratteri legittimi, pretendere un cognome inesistente, abbreviare un nome che non dovrebbe essere abbreviato, scambiare una parte del nome per un secondo nome, oppure rendere impossibile la corrispondenza con un documento ufficiale. La burocrazia digitale, quando presume troppo, non semplifica: normalizza. Per questo molte guide di internazionalizzazione raccomandano prudenza. Chiedere semplicemente Name (Nome), può essere spesso più inclusivo e più robusto di una scomposizione troppo rigida. Se davvero servono campi separati, conviene spiegare perché servono e permettere sufficiente flessibilità. Anche in italiano la questione è interessante, perché noi distinguiamo abitualmente tra “nome” e “cognome”, ma nel linguaggio comune “nome” può voler dire sia il nome proprio sia il nome completo. In un modulo, “Nome” può essere ambiguo se accanto compare “Cognome”, mentre può essere chiarissimo se il campo unico chiede semplicemente “Nome completo”. Lo stesso vale per l’ordine dei campi. In molti paesi occidentali ci aspettiamo prima il nome personale e poi il cognome, mentre in altri contesti l’ordine naturale è opposto. In alcuni sistemi amministrativi il nome scritto in caratteri locali convive con una trascrizione latina; in altri casi la distinzione fra nome ufficiale, nome preferito e nome visualizzato può essere essenziale. Un’interfaccia ben progettata non deve conoscere tutte le culture del mondo in modo enciclopedico, ma deve almeno evitare di bloccare ciò che non rientra nel proprio modello implicito.
Qui il discorso torna al punto di partenza. Tag, hashtag, maiuscole, trattini, bandierine, codici lingua, campi dei form sembrano dettagli dispersi, ma appartengono alla stessa famiglia: sono punti in cui il linguaggio incontra un sistema. Quando questo accade, qualcosa deve adattarsi: o si adatta la parola, o si adatta il software, o si adatta l’utente. La qualità di un’interfaccia dipende spesso da chi viene costretto ad adattarsi di più.
Forse è per questo che le piccole convenzioni del web sono così interessanti. Non perché siano tutte importanti in sé, prese una per una, ma perché insieme formano una storia culturale della normalizzazione digitale. Ci mostrano come le tecnologie entrano nella lingua, come la lingua entra nelle tecnologie, e come entrambe vengano poi modificate dall’uso sociale.
All’inizio il web sembrava fatto di pagine. Poi abbiamo capito che era fatto anche di comportamenti: cercare, cliccare, condividere, taggare, commentare, inoltrare, salvare, seguire. Ognuno di questi gesti ha prodotto parole, icone, etichette, formule. Alcune sono rimaste tecniche, altre sono diventate quotidiane. Postare, taggare, linkare, googlare, “mandare una mail”, “fare login”, “mettere un like”: si può sorridere di questi ibridi, ma sono il segno di una lingua viva che incorpora strumenti nuovi.
Il web ha funzionato come un enorme laboratorio linguistico di massa. Non un laboratorio ordinato, non un’accademia, non un dizionario normativo, ma piuttosto una piazza, un’officina, un mercato, una sala macchine. Le parole sono state provate, abbreviate, storpiate, tradotte, lasciate in inglese, italianizzate, rese cliccabili, trasformate in pulsanti, aggregate in nuvole, precedute da cancelletti, infilate negli URL, compresse nei nomi dei file. Alcune convenzioni sono nate da necessità tecniche, altre da mode, altre da errori diventati abitudine, altre ancora da nuove sensibilità sociali.
Il risultato non è sempre elegante. A volte il linguaggio del web è sciatto, ibrido, rumoroso, inutilmente anglicizzato; altre volte, però, è sorprendentemente efficace. Sa creare parole rapide per gesti nuovi, trasformare un segno tipografico in una piazza pubblica, ricordarci che una bandiera non è una lingua, che un nome non è sempre divisibile in tre campi, che un trattino può essere un residuo storico o un ponte tecnico, che una maiuscola può essere enfasi, titolo, separatore o semplice cortesia verso il lettore.
E così si torna al piccolo problema iniziale: come scrivere un tag? La risposta pratica può essere semplice. In un sito personale, meglio una capitalizzazione sobria, con la prima lettera maiuscola, i nomi propri rispettati e senza abuso del title case. Musica classica, non Musica Classica; Villa-Lobos, non villa-lobos; GNU/Linux, non Gnu linux. Gli alias, invece, potranno essere minuscoli, asciutti, compatibili: musica-classica, villa-lobos, gnu-linux.
La risposta più interessante, però, è un’altra. Scrivere un tag significa scegliere che tipo di rapporto vogliamo instaurare tra parola, contenuto e lettore. Un tag tutto minuscolo può presentarsi come dato, particella aggregabile, parola del flusso sociale; un tag con la maiuscola iniziale può assumere il valore di una piccola voce editoriale, di un cartello discreto, di un ingresso laterale nel sito; un tag in title case può dare solennità, ma anche risultare importato, artificiale, troppo vestito.
Da una domanda minuscola siamo arrivati a una conclusione forse sproporzionata, ma non del tutto arbitraria. Il web quotidiano è una macchina che trasforma dettagli tecnici in abitudini culturali, e ogni volta che scegliamo una maiuscola, un trattino, una bandierina, un campo di modulo, un alias, un font, una parola inglese o italiana, partecipiamo a questa trasformazione.
Il coniglio bianco, a volte, è davvero un tag.